Un’informazione plausibile non è necessariamente veritiera

Partendo dalla celebre metafora calcistica “la palla non suda”, l’articolo mette in parallelo il funzionamento dell’Intelligenza Artificiale e il suo impatto sulla società.
18.01.2026
5 min
Un uomo sorridente con occhiali, capelli corti e brizzolati, indossa un completo scuro e una cravatta chiara.

Conoscendo e apprezzando da tempo la lucidità delle riflessioni del signor Zanolari, lo abbiamo invitato a condividere il suo punto di vista su un tema di grande attualità "l'importanza del lavoro giornalistico sul territorio."

Ecco il suo contributo:

Che cosa hanno in comune il gioco del calcio e l’Intelligenza Artificiale (IA)? Nulla, se riduciamo la comparazione a due asserzioni che più brevi non possono essere: la prima “La palla non suda”, la seconda “L’algoritmo non suda”.

“La palla non suda” è un’espressione coniata dal celebre allenatore della Fiorentina e della Roma negli anni Settanta, Nils Liedholm, che chiedeva ai suoi giocatori di far circolare maggiormente il pallone, con lo scopo di correre meno e di risparmiare energie atletiche.

Lo stesso linguaggio, naturalmente in chiave metaforica, permette di creare analogie con diverse situazioni legate ai cambiamenti epocali che stiamo vivendo e che hanno un nome: Intelligenza Artificiale (IA). Ebbene, l’IA, oltre a non grondare di sudore, si avvale, concedetemi un’altra metafora, di un gigantesco formicaio di lavoratori, invisibili e silenziosi: gli algoritmi.

È ormai risaputo: il potere dell’IA, che noi stessi alimentiamo ogni volta che navighiamo in Internet, modifica abitudini e modalità dei rapporti interpersonali, affievolisce la disponibilità allo sforzo di apprendere e di approfondire, rende tollerabile sia l’atteggiamento acritico sul modo di informarsi sia l’accettazione di contenuti sbilenchi o di banalità sdoganate come ricette innovative e originali. Relega infine molti utenti al ruolo di consumatori ideali di spot pubblicitari: “L’attrazione energica dell’IA alimenta la pigrizia mentale.”

Importanza del lavoro giornalistico sul nostro territorio

Nel campo dei media stiamo assistendo a un vero e proprio assalto all’informazione giornalistica, esposta alle nuove piattaforme tecnologiche, su tutte quelle americane e cinesi, che monopolizzano gli immensi introiti pubblicitari. Queste piattaforme sono sempre più padrone dei mezzi che finora alimentavano la base esistenziale per diffondere i prodotti giornalistici, anche quelli di casa nostra, realizzati secondo i principi deontologici della professione.

Sempre più informazioni arrivano da ogni direzione. Gli utenti stessi hanno tutte le occasioni per improvvisarsi esperti, reporter, blogger, commentatori, agenti della propaganda, divulgatori di ogni livello e corrente, ecc. Fra loro si annidano anche le fucine delle fake news e di messaggi fuorvianti, spesso molto pericolosi, soprattutto per i minori. Tutto questo compromette il pluralismo di un’informazione veritiera, accurata, verificata, accessibile e divulgativa.

Siamo purtroppo solo all’inizio dello scombussolamento del ruolo del giornalismo e dell’erosione del modello di business tradizionale dei media. Perché? Perché la macchina, che si chiama ChatGPT oppure Google Gemini, Perplexity AI, Jaspers AI, Microsoft Copilot, Writesonic, Replika, ecc., produce senza sosta (e non suda).

Queste macchine fanno lavorare i loro algoritmi alla ricerca delle informazioni richieste dagli utenti, cioè da noi. Esplorano a velocità elevatissima l’immensità dei volumi di informazioni, che si chiamano big data e soddisfano in un attimo le attese del richiedente.

Ma attenzione! Nei big data, tanto preziosi per il patrimonio del sapere archiviato, si nascondono tante insidie: informazioni false, contenuti non autentici, distorsioni di valutazione e di fatti (bias), discriminazioni. Anche queste informazioni, nonostante i filtri di molti sistemi di ricerca, finiscono nel prodotto richiesto. Viene così consegnato all’utente un testo strutturato e linguisticamente coerente, che appare plausibile e quindi ritenuto veritiero. L’insidia più grave è che il prodotto plausibile venga poi considerato veritiero, anche se non lo fosse. E, se lo si diffonde, finisce nuovamente nel grande calderone delle informazioni, pronto per essere ripescato dall’algoritmo di turno. In altre parole il mare dei big data, oltre a custodire il sapere, è sempre più avvelenato.

La tecnologia ci ha portati in una situazione in cui l’essere umano è in grado solo in parte di esercitare ancora il controllo dello sviluppo tecnologico, soprattutto da quando l’IA è diventata generativa. È quindi esposto al pericolo della manipolazione informativa, anche perché ha delegato parzialmente la sovranità della scelta alla tecnologia stessa: “L’IA la possiamo controllare, ma l’IA generativa è padrona dell’IA.”

Abbiamo bisogno dei nostri giornalisti

Queste considerazioni, in vista della votazione del prossimo otto marzo, suggeriscono che mai come oggi il giornalismo deve poter essere fedele ai principi deontologici nell’agevolare la contestualizzazione delle notizie.

Nel subbuglio tecnologico creato dall’IA, il pubblico ha bisogno più che mai del lavoro redazionale di professionisti, specie nella verifica delle fonti e nella capacità di scandire i tempi giusti e necessari per condurre ricerche e contestualizzare i tasselli dell’informazione.

Le redazioni che operano nel territorio, tra la popolazione, a contatto con la realtà, in un contesto spesso dibattuto e forse anche conteso sul piano dialettico, fanno parte delle strutture di una società civile e, proprio per questo, possono anche essere criticate. È invece molto più difficile opporsi a prodotti confezionati chissà dove da qualche programma digitale, addestrato da tecnici informatici che non si occupano di giornalismo ma di altri interessi, e che sono difficilmente identificabili.

Dobbiamo fare in modo, che gli strumenti sempre più sofisticati dell’IA non si approprino degli immensi big data per difendere i propri interessi, che possono essere materiali, ma che possono servire anche per infiltrarsi, con l’effetto goccia a goccia, nella sfera intellettiva delle persone: “Gli algoritmi sono sinonimo di libertà, purtroppo anche nel monopolizzare le idee”.

Livio Zanolari, Coira